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  • Un caffè con… L’AI nella scuola e nella Leadership

Buongiorno e benvenuta alla Dottoressa Valeria Lazzaroli , Presidentessa di ENTE NAZIONALE per l’INTELLIGENZA ARTIFICIALE – E.N.I.A.® .

Innanzitutto, grazie per aver accettato il nostro invito a rispondere ad alcune domande.

partiamo subito con AI ed il mondo  education:  innovazione o illusione?

Il tema dell’AI nel mondo dell’educazione è certamente affascinante, ma oggi è difficile parlare di meriti specifici. Nonostante l’entusiasmo che circonda queste tecnologie, l’impreparazione della dirigenza scolastica e del personale educativo rimane un ostacolo significativo. Spesso, infatti, non c’è una chiara distinzione tra i vari tipi di intelligenza artificiale: si tende a considerare l’AI come un concetto unico, senza comprendere le differenti applicazioni che questa può avere nel settore educativo. Una delle difficoltà principali è la confusione che si sta radicando riguardo alla percezione che l’AI sia esclusivamente legata agli strumenti generativi, come i chatbot, o altre tecnologie simili. Questo approccio riduzionistico impedisce di apprezzare appieno le potenzialità dell’AI in altri ambiti, come la personalizzazione dell’apprendimento o il supporto all’inclusività. Il rischio è che l’innovazione venga frenata proprio da questa visione limitata, senza la formazione adeguata delle figure chiave nel sistema scolastico, che non sempre sono preparate a integrare efficacemente questi strumenti nel loro lavoro quotidiano.

Oggi si parla molto di Intelligenza Artificiale come strumento per rivoluzionare l’educazione, personalizzando l’apprendimento e supportando gli insegnanti. Ma la scuola italiana è davvero pronta a integrare l’AI, o rischiamo di rimanere ancorati a metodi tradizionali, lasciando ad altri il vantaggio dell’innovazione?

La scuola italiana non sembra ancora pronta a integrare pienamente l’intelligenza artificiale, e l’adozione di queste tecnologie nel sistema educativo è ancora in fase embrionale. Tuttavia, il problema non risiede solo nella formazione del corpo docente o nella disponibilità di strumenti, ma anche negli stimoli educativi che vengono dati ai bambini sin dalla tenera età. Se non si comincia a costruire una solida base di conoscenze fin dai primi anni di vita, rischiamo di rimanere ancorati a metodi tradizionali, lasciando che altri sistemi educativi più innovativi colgano il vantaggio del cambiamento. Noi di ENIA crediamo fermamente che l’approccio pedagogico dovrebbe essere focalizzato sull’introduzione dei concetti legati all’AI fin dai primi anni di vita, idealmente dalla scuola materna, tra i 30 e i 50 mesi. In questa fase, i bambini non hanno ancora sviluppato una fobia per la matematica e sono più aperti ad apprendere concetti complessi in modo ludico e intuitivo. Concetti come l’intelligenza artificiale (non generativa), le reti neurali, le probabilità bayesiane, e il quantum computing potrebbero essere spiegati in maniera semplificata, usando il gioco come strumento principale. Solo introducendo questi concetti fin dalla scuola materna, il bambino sviluppa progressivamente la capacità di comprendere come funziona un agente razionale, come è strutturato e come interagisce con il mondo. Un approccio che parte dall’algebra booleana, come base per imparare la logica, è fondamentale per sviluppare il pensiero critico e il ragionamento matematico in modo naturale. Se imparato in modo giocoso e graduale, diventa il punto di partenza per comprendere come funzionano le macchine e come interagire con esse, creando una generazione di studenti più preparata ad affrontare le sfide tecnologiche del futuro. Questo tipo di riformulazione dell’educazione potrebbe davvero fare la differenza per permettere una vera innovazione nel nostro sistema scolastico.

Restiamo sempre nel mondo della scuola : paura del cambiamento o timore fondato?

Nel mondo della scuola, la paura del cambiamento è sicuramente un tema molto presente, ma va anche considerato che in molti casi non si tratta di una semplice resistenza al nuovo, quanto piuttosto di un timore fondato, derivante da diversi fattori oggettivi. Da un lato, c’è una certa “paura del cambiamento” legata alla tradizione e alla consuetudine di metodi che, pur non essendo sempre all’avanguardia, sono familiari e consolidati. Gli insegnanti e i dirigenti scolastici, spesso, non sono stati adeguatamente formati a gestire l’innovazione tecnologica e potrebbero non avere le risorse necessarie per integrare strumenti complessi come l’intelligenza artificiale nel loro lavoro quotidiano. La paura nasce anche dalla sensazione che l’introduzione di nuove tecnologie possa complicare ulteriormente un sistema già sotto pressione, senza apportare veri benefici. D’altra parte, c’è anche un timore più “fondato” che riguarda le reali implicazioni del cambiamento. L’adozione di tecnologie avanzate, come l’AI, non è una semplice evoluzione, ma può stravolgere profondamente le dinamiche educative. Alcuni temono che la tecnologia possa sostituire il ruolo dell’insegnante o che, in un sistema non adeguatamente preparato, possa accentuare le disuguaglianze, escludendo chi non ha accesso a risorse tecnologiche. Inoltre, l’integrazione dell’AI richiede un ripensamento delle modalità didattiche, del modo in cui vengono valutati gli studenti e, più in generale, di come si intende l’educazione nel suo insieme.

Come ben Lei ben sa ,   stiamo lavorando insieme a un nuovo progetto nel mondo dell’educazione e sa  anche che  per ora ahimè non possiamo anticipare nulla. Tuttavia, Le sottopongo  una diatriba  importante: in molte scuole e tra molti docenti c’è ancora una forte, anzi fortissima, resistenza all’uso della tecnologia, in particolare dell’Intelligenza Artificiale. Alcuni temono che possa sostituire il ruolo degli insegnanti, altri che porti a una disumanizzazione del rapporto con gli studenti. Lei che idea si è fatta di queste paure? Ritiene che sia possibile dimostrare che AI  e valori umani possano convivere in un modello educativo efficace e inclusivo?

Le preoccupazioni di alcuni docenti e scuole nei confronti dell’Intelligenza Artificiale sono comprensibili e spesso derivano da una conoscenza parziale delle sue potenzialità. Il timore che possa sostituire l’insegnante o disumanizzare il rapporto con gli studenti è amplificato dall’incertezza sul suo impatto nel lungo termine. Tuttavia, se guardiamo alla sua origine, l’AI nasce dalle scienze applicate con l’obiettivo di riprodurre e potenziare le scienze naturali, seguendo lo stesso principio fondante: essere uno strumento etico, progettato per dare forma e vita a molteplici contesti, soluzioni e osservazioni. In ambito educativo, ciò significa che l’AI non è un sostituto dell’insegnante, ma un alleato in grado di personalizzare l’apprendimento, colmare lacune, offrire supporto agli studenti con bisogni speciali e liberare i docenti da attività ripetitive. L’aspetto cruciale, però, è che non ci sia disimpegno da parte del corpo insegnante. L’Intelligenza Artificiale non deve trasformarsi in un pretesto per delegare il ruolo educativo né in un ulteriore strumento che aumenti il tempo passato dagli studenti davanti agli schermi. Al contrario, il suo scopo è potenziare l’intervento dell’insegnante, permettendogli di adattare il percorso formativo alle esigenze di ciascuno, di raccogliere ed elaborare dati utili alla valutazione, di individuare con maggiore anticipo eventuali difficoltà di apprendimento e di predisporre strumenti di supporto mirati. Il punto non è temere la tecnologia, ma imparare a governarla, integrandola in modo consapevole ed etico affinché valorizzi l’esperienza umana anziché svilirla. La scuola, in quanto luogo di crescita e conoscenza, ha il compito di guidare questa trasformazione, coinvolgendo gli insegnanti affinché diventino protagonisti attivi del cambiamento. L’AI, come ogni scienza nata per servire il bene collettivo, può essere un’opportunità per un’educazione più inclusiva ed efficace, a patto che resti uno strumento al servizio della relazione educativa e non un ostacolo ad essa.

Avrei un’altra domanda sulla educazione e  futuro ma me la riservo per dopo

Passiamo ora alla  Leadership: umana o algoritmica?

La leadership è sempre stata un’espressione profondamente umana, radicata nella capacità di ispirare, guidare, prendere decisioni complesse e gestire le relazioni interpersonali. Oggi, però, con l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale, ci troviamo davanti a una nuova domanda: può un algoritmo assumere un ruolo di leadership? Se intendiamo la leadership come un insieme di competenze tecniche, capacità analitiche e processi decisionali basati sui dati, allora l’AI può sicuramente avere un impatto significativo. Gli algoritmi sono già in grado di ottimizzare risorse, prevedere scenari futuri, analizzare enormi quantità di informazioni e persino suggerire strategie operative con un’efficienza che nessun essere umano potrebbe mai eguagliare. In ambiti come la gestione aziendale, il project management o la finanza, dove la rapidità e l’accuratezza dei dati sono fondamentali, l’AI può affiancare e potenziare il processo decisionale, eliminando errori dovuti a bias cognitivi o intuizioni errate. La leadership non è solo analisi e razionalità. Un vero leader deve ispirare, motivare, creare visione, trasmettere valori, affrontare dilemmi etici e gestire le complessità dell’animo umano, tutte dimensioni in cui l’intelligenza artificiale non può competere. La leadership si fonda su empatia, intuizione, capacità di ascolto e gestione delle emozioni – aspetti che nessun algoritmo può replicare in modo autentico. Inoltre, in situazioni di crisi o cambiamento, l’essenza della leadership sta nel prendere decisioni non solo sulla base di dati, ma anche di valori e principi, spesso andando oltre la logica algoritmica. Quindi, la vera domanda non è leadership umana o algoritmica, ma piuttosto come l’AI può supportare e amplificare una leadership umana più efficace. L’equilibrio sta nel lasciare che l’intelligenza artificiale faccia ciò che sa fare meglio – elaborare dati, fornire scenari, ridurre gli errori – e affidare agli esseri umani ciò che li rende unici: la capacità di ispirare, connettere, guidare con visione e responsabilità. La sfida non è sostituire il leader con un algoritmo, ma dare ai leader strumenti migliori per prendere decisioni consapevoli e potenziare il loro impatto positivo sul mondo.

Come sa, noi di The Gentle Academy ci battiamo per una leadership basata su gentilezza, rispetto e responsabilità. Eppure, l’Intelligenza Artificiale sta già trasformando il concetto stesso di leadership, automatizzando decisioni e ridefinendo i ruoli manageriali. Secondo lei, come possiamo creare ambienti di lavoro in cui la tecnologia non sostituisca la leadership umana, ma la rafforzi? E quali caratteristiche dovrà avere il leader del futuro per guidare persone e algoritmi in un equilibrio sano tra innovazione e umanità?

La sfida più grande che ci troveremo sempre più nel tempo ad affrontare non è quella di opporre la leadership umana alla tecnologia, ma di trovare un equilibrio in cui l’Intelligenza Artificiale diventi un potenziatore delle qualità umane e non un sostituto. Per creare ambienti di lavoro in cui la tecnologia rafforzi la leadership anziché svilirla, è fondamentale costruire una cultura in cui AI e persone collaborino sinergicamente. Questo significa promuovere un uso consapevole della tecnologia, che non si limiti ad automatizzare processi decisionali, ma che serva a liberare tempo ed energie per l’interazione umana, per la creatività e per la crescita collettiva. L’AI può assumere ruoli di supporto nel migliorare l’efficienza operativa, nel ridurre i bias decisionali e nel fornire insight più accurati, ma la leadership rimane profondamente ancorata a valori come la gentilezza, il rispetto e la responsabilità. Un ambiente di lavoro che integra l’AI in modo etico e strategico deve mettere le persone al centro, garantendo che la tecnologia sia trasparente, interpretabile e, soprattutto, sempre guidata da un intento umano. Il leader del futuro dovrà quindi possedere un nuovo set di competenze, che vada oltre la tradizionale capacità di gestione e ispirazione. Dovrà essere un mediatore tra intelligenza umana e artificiale, capace di interpretare i dati senza perdere il contatto con le persone, di prendere decisioni informate senza rinunciare alla propria sensibilità e di creare un clima di fiducia in cui la tecnologia venga percepita come un’opportunità e non come una minaccia. Oltre alle competenze tecniche, il nuovo leader dovrà essere un promotore di intelligenza emotiva e pensiero etico, perché solo attraverso la capacità di comprendere le emozioni, i bisogni e i valori delle persone sarà possibile mantenere un equilibrio sano tra innovazione e umanità.

Restando in ambito lavorativo non posso non farLe una domanda sulla selezione del personale e l’uso di AI.

Oggi molte aziende stanno iniziando a usare l’Intelligenza Artificiale per selezionare i candidati, almeno per una prima scrematura. Tuttavia, la storia ci ha già mostrato che gli algoritmi possono amplificare pregiudizi di genere, etnia, status sociale e altri bias discriminatori.

Come possiamo garantire che la tecnologia non rafforzi le disuguaglianze esistenti, ma diventi invece uno strumento per rendere il mercato del lavoro più inclusivo ed equo?

L’uso dell’Intelligenza Artificiale nella selezione del personale rappresenta una grande opportunità, ma anche un rischio concreto se non viene gestito con attenzione ed etica. Gli algoritmi, per quanto sofisticati, apprendono dai dati che vengono loro forniti, e se questi dati riflettono pregiudizi già presenti nella società, l’AI non farà altro che amplificarli. Abbiamo già visto esempi in cui sistemi di selezione hanno discriminato candidati sulla base del genere, dell’etnia o dello status sociale, semplicemente perché erano stati addestrati su dati storici che rispecchiavano pratiche di assunzione squilibrate. Per garantire che la tecnologia non rafforzi le disuguaglianze esistenti, ma diventi invece uno strumento di inclusione, è fondamentale progettare algoritmi in modo trasparente, monitorato e continuamente migliorato. Questo significa che le aziende devono investire nella diversità dei dataset, evitando che i modelli di AI siano addestrati solo su profili omogenei o su decisioni passate potenzialmente discriminatorie. Inoltre, è vitale che gli esseri umani rimangano sempre al centro del processo decisionale, utilizzando l’AI come supporto e non come unico criterio di selezione. Un altro aspetto essenziale è la valutazione costante degli algoritmi. Le aziende devono implementare controlli periodici per individuare e correggere eventuali bias, coinvolgendo esperti di etica, inclusione e intelligenza artificiale. L’adozione di sistemi di AI explainability, che permettono di comprendere perché una determinata decisione è stata presa dall’algoritmo, è fondamentale per garantire trasparenza e responsabilità. Infine, è importante promuovere una cultura aziendale che valorizzi la diversità non solo nei processi di selezione, ma in tutte le fasi del ciclo lavorativo. La tecnologia da sola non può risolvere il problema della discriminazione, ma se usata in modo consapevole e responsabile, può contribuire a rendere il mercato del lavoro più equo, eliminando discriminazioni inconsapevoli e favorendo una selezione basata sul merito e sulle reali competenze, anziché su stereotipi invisibili ma radicati.

Per chiudere il cerchio del mondo del lavoro  parliamo ora  di ambienti  di lavoro, benessere e Intelligenza Artificiale.

Tecnologia e umanità possono davvero convivere negli ambienti di lavoro? Da un lato, l’AI promette di migliorare la produttività, ottimizzare i processi e ridurre il carico di lavoro ripetitivo. Dall’altro, il rischio è che i luoghi di lavoro diventino sempre più automatizzati e disumanizzati, sacrificando il benessere dei lavoratori.

Secondo lei, come possiamo garantire che l’IA venga utilizzata per creare ambienti lavorativi più umani e inclusivi, invece di renderli freddi, impersonali e basati solo sull’efficienza e sui numeri? E quali sono, a suo avviso, le migliori pratiche che aziende e istituzioni dovrebbero adottare per garantire un equilibrio tra innovazione tecnologica e centralità della persona?

La coesistenza tra tecnologia e umanità negli ambienti di lavoro è una sfida cruciale per il futuro del lavoro stesso. Se da un lato l’Intelligenza Artificiale può migliorare la produttività, semplificare processi e ridurre il carico di attività ripetitive, dall’altro esiste il rischio concreto che l’automazione eccessiva porti a luoghi di lavoro freddi, impersonali e dominati da metriche di efficienza, a discapito del benessere delle persone. Per garantire che l’AI venga utilizzata per creare ambienti più umani e inclusivi, è fondamentale partire da un principio chiave: la tecnologia deve servire le persone, non il contrario. Questo significa che l’adozione dell’AI deve essere guidata non solo dall’efficienza, ma anche da una visione etica che tenga conto del benessere dei lavoratori, della loro crescita professionale e della qualità della vita lavorativa. Un primo passo è progettare l’AI come supporto, non come sostituzione del lavoro umano. Le aziende devono garantire che la tecnologia venga utilizzata per liberare tempo ed energie per attività più creative, relazionali e strategiche, anziché aumentare la pressione su dipendenti costretti a competere con macchine sempre più veloci. L’AI può essere un’alleata preziosa nella gestione del carico di lavoro, nella riduzione dello stress e nell’identificazione di bisogni specifici dei dipendenti, ma solo se il suo utilizzo è finalizzato al miglioramento delle condizioni lavorative e non al puro incremento della produttività. Un altro aspetto cruciale è mantenere la centralità delle relazioni umane. Nessuna tecnologia può sostituire l’empatia, la collaborazione o il senso di appartenenza che si sviluppano in un ambiente di lavoro sano. Le aziende dovrebbero investire in spazi fisici e virtuali che favoriscano il dialogo, la creatività e il confronto, anziché spingere verso un modello di interazioni sempre più mediate da algoritmi e automazione. Le migliori pratiche per bilanciare innovazione e centralità della persona includono l’adozione di politiche di AI etica, con sistemi trasparenti e monitorati per garantire che l’automazione non crei squilibri o ingiustizie. È essenziale promuovere una formazione continua, affinché i lavoratori possano adattarsi ai cambiamenti tecnologici senza sentirsi minacciati, e incentivare una leadership che valorizzi il benessere delle persone tanto quanto il raggiungimento degli obiettivi di business.

Siamo quasi alla fine e non posso non porle la domanda sulla nostra iniziativa  a cui teniamo particolarmente: #generazionedelfuturo e che speriamo in tanti abbracceranno a partire dalle aziende che credono nelle prossime generazioni.

Abbiamo creato un manifesto che per le  future generazioni che si fonda su dieci principi chiave: felicità consapevole, gentilezza come leadership, rispetto, ascolto autentico, educazione come motore del cambiamento, diversità, responsabilità individuale, resilienza, coerenza e condivisione della felicità. Giovani e giovanissim* di oggi erediteranno un mondo in cui l’Intelligenza Artificiale sarà ovunque: nelle scuole, nel lavoro, nella sanità, nelle relazioni sociali.

La grande domanda è: chi guiderà chi?

Secondo Lei, possiamo costruire un futuro in cui i giovani non siano solo consumatori passivi della tecnologia, ma leader consapevoli che usano l’IA per diffondere gentilezza, rispetto e crescita personale?

E soprattutto, quali sono le azioni concrete serve mettere in campo oggi, affinché la prossima generazione non si trovi a subire l’Intelligenza Artificiale, ma a governarla con una visione umana e sociale?

La domanda “chi guiderà chi?” è centrale nel dibattito sull’Intelligenza Artificiale e sulle future generazioni. Se lasciamo che la tecnologia si sviluppi senza una bussola etica, rischiamo di creare un futuro in cui i giovani non avranno il controllo sulle innovazioni che influenzano la loro vita. Ma se fin da ora insegniamo loro a governare la tecnologia con consapevolezza, responsabilità e visione umana, potremo avere una generazione che utilizza l’AI per diffondere valori positivi, come la gentilezza, il rispetto e la crescita personale. Per far sì che i giovani non siano semplici consumatori passivi della tecnologia, ma leader consapevoli, servono azioni concrete. La prima è un’educazione che integri il pensiero critico e l’etica della tecnologia. Non basta insegnare ai ragazzi a usare l’AI: devono comprendere come funziona, quali sono i suoi limiti e le implicazioni sociali delle sue decisioni. Il secondo passo è coinvolgere le aziende e le istituzioni in un impegno attivo, affinché il mondo del lavoro non formi solo lavoratori capaci di adattarsi all’AI, ma anche innovatori capaci di guidarla verso il bene comune. Infine, è fondamentale creare spazi di dialogo tra generazioni, in cui i giovani possano confrontarsi con leader ispiratori che dimostrano come la tecnologia possa essere usata per creare impatto positivo. L’iniziativa #generazionedelfuturo è un esempio straordinario di come si possa costruire un ponte tra innovazione e valori umani. I dieci principi che la guidano non sono solo idee astratte, ma devono tradursi in pratiche reali: un’educazione che renda la felicità consapevole e la gentilezza strumenti di leadership, aziende che promuovano il rispetto e l’ascolto autentico, comunità che valorizzino la diversità e la responsabilità individuale. Il futuro non si costruisce domani, ma oggi, con scelte concrete che mettono al centro la persona prima ancora della tecnologia.

Staremmo qui ore a dialogare, ma per ora ci fermiamo per non abusare oltre del suo tempo  e certi che ritorneremo insieme per nuove iniziative

Un’ultima, immancabile domanda che facciamo a tuti i nostri ospiti

Ci darebbe la sua personale definizione di gentilezza e felicità, e come questi concetti si riflettono nella sua visione del lavoro e della vita?

La gentilezza è la capacità di vedere l’altro e riconoscerne il valore, senza giudizio né aspettative. È la base di ogni relazione autentica, l’ingrediente segreto della leadership e il più potente motore di cambiamento. La felicità, invece, è uno stato di pienezza che nasce dalla coerenza tra ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che condividiamo con gli altri. Nel lavoro e nella vita, credo che entrambe siano il vero indicatore di successo: se una persona è gentile e felice, allora ha trovato il modo giusto di stare al mondo, con sé stessa e con gli altri.

Grazie Valeria Lazzaroli è stata gentilissima , grazie per il tempo che ci ha dedicato.

Grazie come sempre a chiunque oggi abbia deciso di prendere un caffè con Noi e ci vi rivede presto con un/a nuovo/a ospite.

Se anche voi aveste una storia da raccontare . Non esitate a farcelo sapere e saremo lieti di prendere un caffè con voi , o se ritenete che dovremmo intervistare qualcuno/a in particolare, taggatelo/a nei commenti.

Alla prossima e buon caffè ☕️ a tutti!

Claudio Silvestri

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